Palomar

Palomar

Titolo Originale: Palomar
Autore: Italo Calvino
Edizione: Einaudi, 1983
Pag.: 110
Il protagonista di questi racconti, Palomar, prende il nome dall’osservatorio astronomico californiano di Mount Palomar dove, ai tempi della stesura, era presente il più grande telescopio esistente, allora, sulla Terra.
Come a ritrarre un telescopio vivente, scrutatore, Calvino plasma un affascinante personaggio, tranquillo e distaccato dal mondo, facendogli vivere avventure quotidiane mentre si trova avvolto dalle nuvole dense dei suoi pensieri. Palomar prima in vacanza, poi in città, poi nei suoi silenzi interiori, plasma a sua volta tenere riflessioni nel lettore: riflessioni circa un nuovo metodo di approccio al mondo.

Diverse le tematiche sviluppate.
In primo luogo la Ricerca. Attraverso osservazioni forzate dei particolari del mondo esterno, Palomar indaga la molteplicità della realtà, che non è mai totalmente percepibile, per cercare di individuare un dettaglio che renda comprensibile l’universo. Così, seduto su di una spiaggia, tenta di “vedere un’onda, cioè cogliere tutte le componenti simultaneamente senza tralasciarne nessuna” oppure in ginocchio sul prato del suo giardino tenta di distinguere ogni filo d’erba per classificarli ed “estendere questa conoscenza all’universo intero”.
Quale è la conclusione della ricerca? “Dunque: c’è una finestra che s’affaccia sul mondo (…) Di là c’è il mondo; e di qua? (…) Con un po’ di concentrazione riesce a spostare il mondo da lì davanti e sistemarlo affacciato al davanzale (…) Allora fuori dal mondo cosa rimane? (…) Il mondo anche lì, che per l’occasione s’è sdoppiato in mondo che guarda e in mondo che è guardato (…) E lui, detto anche io, cioè Palomar? Non è anche lui un pezzo di mondo che sta guardando un altro pezzo di mondo?  Oppure, dato che c’è mondo di qua e mondo di là dalla finestra, forse l’io non è altro che la finestra attraverso la quale il mondo guarda il mondo? (…)
Dunque, d’ora in avanti Palomar guarderà le cose dal di fuori e non dal di dentro; ma questo non basta; le guarderà con uno sguardo che viene dal fuori, non dal dentro di lui.
Cerca di far subito l’esperimento: ora non è lui a guardare, ma il mondo di fuori che guarda fuori. Stabilito questo egli gira lo sguardo intorno in attesa d’una trasfigurazione generale. Macchè”.

In secondo luogo il Silenzio e la Parola. “In un’epoca e in un paese in cui tutti si fanno in quattro per proclamare opinioni o giudizi, il signor Palomar ha preso l’abitudine di mordersi la lingua tre volte prima di fare una qualsiasi affermazione. Se al terzo morso di lingua è ancora convinto della cosa che stava per dire, la dice, se no sta zitto” Di fatto passa settimane e mesi interi in silenzio”. Rinchiuso nel suo involucro non riesce a condividere con nessuno i propri pensieri. Disapprova il mondo dinamico che lo circonda e che è causa del suo isolamento. Vorrebbe migliorare tutte le sue relazioni umane mentre ogni tipo di contatto umano gli procura ansia. Si focalizza così sulla comunicazione poiché “Il problema è capirsi” e poiché capisce che si fa un cattivo uso della parola ma fallisce allora si focalizza sul silenzio, non suono, poiché “Se fosse nella pausa e non nei fischi il significato del messaggio? Se fosse nel silenzio che i merli si parlano?”.

In terzo luogo l’Anti-antropocentrismo. Rifiuto della centralità dell’uomo e della natura antropomorfizzata. “Le riflessioni che il negozio del macellaio ispira a chi vi entra con la borsa della spesa coinvolgono cognizioni tramandate per secoli in varie branche del sapere: la competenza delle carni e dei tagli, il miglior modo di cuocere ogni pezzo, i riti che permettono di placare il rimorso per l’uccisione d’altre vite al fine di nutrire la propria. La sapienza macellatrice e quella culinaria appartengono alle scienze errate, verificabili in base ad esperimenti, tenendo conto dei costumi e delle tecniche che variano da perse a paese; la sapienza sacrificale invece è dominata dall’incertezza, e per di più caduta in oblio da secoli, ma pesa sulle coscienze oscuramente, come esigenza inespressa. Una devozione reverente per tutto ciò che riguarda la carne guida Palomar che s’accinge a comprare tre bistecche.
Tra i marmi della macelleria egli sosta come un tempio, conscio che la sua esistenza individuale e la cultura cui egli appartiene sono condizionate da questo luogo. La fila dei clienti scorre lentamente lungo l’alto banco di marmo, lungo le mensole e i vassoi dove s’allineano i tagli di carne, ognuno con infisso il cartello del prezzo e il nome. Si succedono il rosso vivo bue, il rosa chiaro del vitello, il rosso smorto dell’agnello, il rosso cupo del maiale. Avvampano vaste costate, tondi tournedos dallo spessore foderato d’un nastro di lardo, controfiletti agili e slanciati, bistecche armate del loro osso impugnabile, girelli massicci e tutti magri, pezzi da bollito stratificati di magro e di grasso, arrosti che attendono lo spago che li costringa a concentrarsi su se stessi; poi i colori s’attenuano: scaloppe di vitello, pezzi di spalla e vitello, tenerumi; ed ecco che entriamo nel regno dei cosciotti e delle spalle d’agnello; più in là biancheggia una trippa, nereggia un fegato…
Dietro il banco, i macellai biancovestiti brandiscono le mannaie dalla lama trapezoidale, i coltellacci per affettare e quelli per scorticare, le seghe per troncare ossi, i batticarne con cui premono i serpeggianti riccioli rosa nell’imbuto della macchina trituratrice. Dai  ganci pendono corpi squartati a ricordarti che ogni tuo boccone è parte d’un essere alla cui completezza vivente è stato arbitrariamente strappato. In un cartellone al muro, il profilo d’un bue appare come una carta geografica percorsa da linee di confine che delimitano le aree d’interesse mangereccio, comprendenti l’intera anatomia dell’animale, esclusi corna e zoccoli.

La mappa dell’habitat umano è questa, non meno del planisfero del pianeta, entrambi protocolli che dovrebbero sancire i diritti che l’uomo si è attribuito, di possesso, spartizione e divoramento, senza residui dei continenti terrestri e dei lombi del corpo animale. Occorre dire che la simbiosi uomo-bue ha raggiunto nei secoli un suo equilibrio (permettendo alle due specie di continuare a moltiplicarsi) sia pur asimmetrico (è vero che l’uomo provvede a nutrire il bue, ma non è tenuto a darglisi in pasto) e ha garantito il fiorire della civiltà detta umana, che almeno una sua porzione andrebbe detta umano-bovina (coincidente in parte con quella umano-ovina e ancor più parzialmente con l’umano-suina, secondo le alternative attitudini d’una complicata geografia d’interdizioni religiose).
Il signor Palomar partecipa a questa simbiosi con lucida coscienza e pieno consenso: pur riconoscendo nella carcassa di bue penzolante la persona del proprio fratello squartato, nel taglio della lombata la ferita che mutila la propria carne, egli sa d’essere carnivoro, condizionato dalla sua tradizione alimentare a cogliere da un negozio di macellaio la promessa della felicità gustativa, a immaginare osservando queste trance rosseggianti le zebrature che la fiamma lascerà sulle bistecche alla grigia e il piacere del dente nel recidere la fibra brunita. Un sentimento non esclude l’altro: lo stato d’animo di Palomar che fa la fila nella macelleria è insieme di gioia trattenuta e di timore, di desiderio e di rispetto, di preoccupazione egoistica e di compassione universale, lo stato d’animo che forse altri esprimono nella preghiera”.
Qualcuno si ritrova  riflesso in Palomar?

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