Morbid Angel + Hatesphere - 07/04/2005 @ Live Club, Trezzo (MI)

Morbid Angel + Hatesphere - 07/04/2005 @ Live Club, Trezzo (MI)

Arrivo con un discreto anticipo al Live Club di Trezzo, locale decisamente attivo negli ultimi tempi per quel che concerne la musica più estrema: un'ottima soluzione per l'audience lombarda, data la buona posizione che garantisce una facile raggiungibilità del posto. Inutile approssimarsi subito all'ingresso del club: infatti si è già formata una discreta coda di fronte all'ingresso ancora chiuso, tant'è che occorre addirittura parcheggiare in una via relativamente distante dal Live. Quest'affluenza è, comunque, più che giustificata data la natura dell'evento: dopo quasi dieci anni, la formazione capitanata dall'axe man Trey Azagthoth, torna a calcare i palchi di mezza Europa (e di mezzo mondo) con il suo indimenticato frontman storico David Vincent, reduce dall'esperienza (per chi scrive abbastanza triste) della sado-rock band (o come cazzo preferite definirla...) Genitorturers. Le indiscrezioni riguardanti le precedenti performance di questo tour non sono state poche, e fortunatamente tutte molto positive. Era, però, il minimo che ci si potesse aspettare da una reunion di questo tipo... A spalleggiare l'Angelo Morboso saranno i danesi Hatesphere, band forse un po' fuori luogo per questo contesto di purismo stilistico e malvagità (al quale avrebbero dovuto partecipare quei mostri di classe e tecnica che rispondono al nome di Necrophagist...).

Non ho mai seguito più di tanto l'attività della coinvolgente formazione danese, tant'è che, sul piano stilistico, ero rimasto al buonissimo, ma canonico swedish death del debutto: quello che mi trovo sul palco è invece un gruppo che, alle soluzioni swedish, unisce intelligentemente soluzioni palesemente hard core. I suoni indubbiamente non rendono giustizia, almeno all'inizio del set, all'impatto che la band è in grado di creare attraverso il suo stile: il tutto risulta essere poco intelleggibile, facendo sì che i brani si assomiglino uno all'altro. Non è responsabilità solo dei suoni, però: in effetti il songwriting della band sembra mantenersi, seppur diretto, abbastanza piatto, senza particolari oscillazioni stilistiche, se non per parti cadenzate e a tratti melodiche che mi hanno rimandato ad alcune soluzioni del bellissimo "Ignoring the Guidelines" dei bravissimi Raised Fist. Un concerto tutto sommato discreto, ma un po' troppo piatto e poco evocativo sia per il contesto, sia per essere valutato come buono. Un plauso comunque ad una fomazione valida che on stage si è impegnata con una buona presenza scenica, intrattenendo i presenti con citazioni del livello di "W la figa", ripetuto diverse volte dal singer nel corso del set, assai gradite al pubblico italiano.

Dato il bill ridotto a due sole formazioni, causa la tristissima assenza dei Necrophagist, David Vincent e compagnia blasfema se la prendono relativamente comoda per il cambio palco: il tempo comunque necessario per una band del loro calibro per collaudare a dovere gli strumenti. Sono tutto sommato bravi, i nostri, non facendosi attendere più del dovuto, e poi si sa, l'attesa in situazioni come questa carica l'atmosfera con la giusta tensione, la quale a breve andrà a scaricarsi nelle anime dei fedeli presenti innanzi all'Angelo Morboso. Un come back degno di Vincent non poteva che essere introdotto da note sfumate e sinistre: uno dei tanti intermezzi che da sempre caratterizzano i platter della formazione floridiana introduce sul palco i quattro death metallers d'oltreoceano. L'opener del concerto spazza via qualsiasi dubbio riguardo alla scelta dei brani della scaletta di questo tour: è infatti "Rapture" ad incendiare gli animi dei presenti con una brutalità senza pari, appena rovinata solo dai suoni non buonissimi che hanno caratterizzato i primi brani del set. Dave Vincent è un ragazzo a cui non piace passare inosservato: nonostante questi dieci anni di assenza dalla scena Death Metal si siano irrimediabilmente impressi sul suo volto, come su quello del suo storico compagno di merende Azagthoth, basta una bella tinta e una t-shirt in latex terribilmente kitch, con tanto di pentacolo di nastro isolante, per far tornare la giovinezza e una rinnovata blasfemia. Nonostante la sua voce non spinga (forse per scelta) poi così tanto sulle basse frequenze come onestamente mi immaginavo, avvicinandosi il più delle volte al registro vocale dei due primi LP, l'aggressività vomitata nel microfono ha soddisfatto appieno le mie aspettative di quadrato ed old-style death metaller: l'Odio di un tempo non è mai tramontato, ha solo avuto bisogno di una lunga pausa per ricaricarsi a dovere, e dispiegarsi nella successiva "Pain Divine", per poi saltellare da un album all'altro, proponendo in alternanza "Maze of Torment" (bellissima), "Immortal Rites", dal masterpiece "Altars of Madness", addentrandosi nei tomentati territori di "Domination", prima con l'inquietante "Dawn of the Angry", poi sfociando nell'orgasmo collettivo condizionato dall'esecuzione della splendida "Where the Slime Lives". Una vera pietra miliare della malvagità. Sembra non essere cambiato nulla della coesione e della convinzione di un tempo, solo l'endorsment, visto che per la prima volta in vent'anni si vede Trey imbracciare una Jackson, e i compagni Vincent e Norman sfoggiare con orgoglio l'aquila della Dean Guitars (forse un tributo a Dime?): ma quelli sono solo mezzi, della purezza e della violenza espressa con il loro Death Metal non è cambiata una virgola. Devo ribadire quanto constatato l'anno scorso, però: nonostante sia Azagthoth ad avere da sempre le redini della band, non riesce, a fianco a Tony Norman, a spiccare in qualità di chitarrista. Senza dimenticare ovviamente il suo contributo come innovatore, occore sottolienare come il famoso axe man punti di più sulla presenza scenica che non sul gusto solista, se non per i bellissimi assoli di brani quali "Dominate". Non c'è che dire, ha sempre avuto al suo fianco ottimi musicisti, ma Tony sa davvero come dare del filo da torcere al buon vecchio Trey: gran classe! Non sono mancate, con "Day of Suffering", le ostilità targate "Blessed Are the Sick", l'album meno rispolverato della scaletta (peccato, peccato davvero!), infatti il platter che più è stato dispensato è stato indubbiamente "Altars...", assieme alle perle estratte da "Covenant": i quattro angeli continuano a sputare fiamme con "Evil Spells", "Blasphemy", "Lord of all Fevers & Plague", concludendo la prima parte del set con la massiccia ed evocativa "Chapel of Ghouls", appoggiata nella parte centrale dall'audience con cori in puro stile Manowar (ahia...). Quello che è successo dopo potete tranquillamente immaginarlo da soli. Saluti di rito, "see ya next time" e altre formalità del caso, per poi tornare sul palco con la famigerata (ed inutile) domanda "Do you want more?". Ed ecco che i quattro fanno finalmente crollare il cielo su Trezzo con la profondità spirituale di una bellissima "God of Emptiness", che ho modo di ascoltare finalmente nella sua interezza e cantata come cristo (cristo?) comanda. Mi spiace per il buon Tucker, ma questo brano con le parti in pulito cantate in pulito acquista tutta un'altra profondità, cosa che non avvenne un anno fa nel corso della loro calata italiana. Struttura ciclica: ha aperto "Covenant", quindi chiude il suddetto album, e lo fa come ai vecchi tempi: con il classico "World of Shit (The Promised Land)". Ahimè, è davvero giunta l'ora dei saluti: dopo un set memorabile i nostri lasciano il palco, ma lasciano anche il segno. Un esempio per tutta l'audience più giovane: sono reunion come questa che fanno capire alle nuove leve come si distingue la musica di valore dalla musica suonata con il culo al posto del cuore. Si spera abbiano imparato la lezione... Come avrete notato nessun brano da "Formulas..." in poi: qualcuno avrà pensato "meno male", a me qualche brano da quei dischi non sarebbe dispiaciuto (più che altro per la curiosità di sentire un'interpretazione di Vincent), anche se l'avrei trovato fuori luogo. In fin dei conti, meglio andare sul sicuro coi classici. La precisione esecutiva della band è inattaccabile: Pete Sandoval ha dimostrato a tutti come si fa a spaccare il culo, in un panorama musicale come questo, con un po' di vecchio e genuino Death Metal, affiancandosi a drummer come Tony Laureano nella crociata per la purezza stilistica; David, Trey e Tony hanno proposto tutto il materiale senza una benchè minima pecca, e con una coesione che tante band dovrebbero solo invidiare. Lo so, questo è un report troppo sentito, terribilmente di parte, e quindi poco professionale: ma potevate aspettarvi qualcosa di diverso dal sottoscritto? E sperate con me che questi "years of madness" non siano finiti qui...

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