Between The Buried And Me
Ci sono concerti cui vale la pena partecipare solo per l'opener o quasi. Vuoi perchè, c'è poco da fare, una band relativamente giovane come i BTBAM ha ancora qualcosa di fresco da offrire al pubblico, vuoi perchè se fai parte di quella cerchia che, pur non rimpiangendo l'old school, anzi, apprezza l'innovazione, devi rivolgerti a quelle poche, nuove realtà che non fanno l'errore di cavalcare l'onda emulando, bensì anticipano i tempi, o almeno provandoci, rischiando dopo anni di duro lavoro di contare ancora poco. Indipendentemente dai gusti individuali, credo che formazioni come questa meritino rispetto. I BTBAM hanno a disposizione poco più di una ventina di minuti per dimostrare il loro valore: una bella sfida, resa ancora più difficile dai suoni davvero pessimi ed eccessivamenti spinti su frequenze medio-alte. Nonostante ciò, l'assaggio della proposta del combo del North Carolina (con una durata del genere non lo si potrebbe definire altrimenti...) non sfigura e le elevate capacità compositive, nonchè tecniche, della band emergono comunuqe vittoriose dal delirio di cui sopra. Le suite molto lunghe della formazione cambiano frequentemente di umore e colore, alternandosi in parti che, nonostante i cambi repentini, comunicano molto bene tra loro in un'amalgama che davvero poche formazioni sono in grado di produrre. Il sinth di Tommy Rogers si sposa perfettamente con le vocals, rinforzandole e arricchendole di pathos, senza entrare in conflitto con le corde di basso e chitarre, che stazionano su coordinate indie - math core e techno death, distanti ma assolutamete coerenti col discorso volutamete "alieno" intrapreso dai BTBAM. Un plauso a Blake Richardson, dal vivo uno dei batteristi che più è stato in grado di stupirmi, al pari di musicisti di valore della sua stessa razza quale Cato Bekkevold. Bravi!
Henker
August Burnst Red
Avete presente tutto lo standardizzato, infelice e ruffiano metalcore degli ultimi anni? Quello pieno di chitarre serratissime convinte di spaccare il culo a qualcuno col solo risultato di ottenere l'effetto contrario? Oltre alla noia data dalla scontatezza e dalla mancanza di palle, ovviamente. Ecco, proprio quello.
Henker
Job For A Cowboy
Quando ci si appresta ad assistere alla performance di una band come i JOB FOR A COWBOY il confine tra un buon suono (e dunque un buon concerto) e la mera cacofonia è sempre sottilissimo e spesso basta poco per valicarlo. Così si potrebbe riassumere l’esibizione della giovanissima band americana, autrice lo scorso anno dell’ottimo secondo album “Ruination”, accolto molto bene sia dalla critica che dal pubblico, e portabandiera di un genere che negli USA viene semplicemente definito come New Extreme (in realtà la band propone un metal di stampo death-brutal con qualche elemento hardcore moderno).
Solo 30 i minuti a loro disposizione (gli stessi delle band che li hanno preceduti), dunque sono stati solo 7 i brani proposti dai nostri; si parte sulle note dell’intro di Nick Perito “Green Leaves Of Summer”, brano usato dal buon Quentin Tarantino come apertura della colonna sonora del suo ultimo capolavoro “Bastardi Senza Gloria”, a cui segue la furiosa “Unfurling A Darkened Gospel”; la band sembra subito in palla e le principali attenzioni ricadono sullo scatenato cantante Johnny Davy e sul bassista Brent Riggs. Al termine di questa prima traccia segue un altro estratto dall’ultimo lavoro, nonché uno dei pezzi migliori dell’intero disco in questione, e cioè “Costitutional Masturbation” e qui accade il primo fattaccio: il fonico della band pensa bene di alzare il volume del basso con il risultato di creare un immenso pastone sonoro all’interno del quale si fa quasi fatica a riconoscere il pezzo! Il bellissimo stacco con ritornello “melodico” (per quanto questo termine vada preso con le pinze nella musica dei Job) viene a malapena percepito e riconosciuto esclusivamente dai fan che conoscono il pezzo e se ciò non bastasse la voce di Johnny scompare quasi del tutto insieme alla chitarra solista! Per fortuna con la successiva “Knee Deep”, estratta addirittura dal primo EP della band “Doom” del 2005, i suoni tornano accettabili e il pubblico pare gradire molto di più, scatenando un mosh furioso con addirittura un accenno di wall of death in apertura di pezzo; ottima poi l’idea di inserire la titletrack dell’ultimo album (pezzo dall’andamento più moderato) a metà set, spezzando così il ritmo furioso che si era voluto imprimere allo show e dando un po’ di respiro all’audience! Sul finale arriva un’altra mazzata dalla furia esplosiva, “Entombement Of A Machine”, e purtroppo qui non possiamo far altro che constatare qualche evidente limite vocale del buon Davy a cui resta strozzato in gola il growl finale in chiusura di pezzo (anche se non riusciamo bene a capire se per mancanza di voce o per mancanza di fiato, visto che il nostro si muove come un ossesso e fra un pezzo e l’altro continua a sorseggiare vino rosso che certamente non lo aiuta a rimanere lucido e concentrato sulle sue parti).
Il concerto viene chiuso, come da previsione, con “Embedded”, brano estratto dal debut album “Genesis” datato 2007, e la band si congeda comunque tra gli applausi in seguito ad una esibizione fatta di alti e bassi: i nostri ci hanno messo la furia, il sudore e la grinta, ma i problemi di suono ed una prestazione del loro frontman non sempre ottimale e sugli stessi livelli degli album in studio ne hanno un po’ limitato la perfetta riuscita; comunque abbastanza soddisfatti, aspettiamo di rivederli prossimamente da headliner.
Maggot
Lamb Of God
Dopo un cambio palco non troppo lungo ecco arrivato il turno della band attesa non dalla maggior parte dei presenti, ma bensì dalla totalità degli spettatori accorsi questa sera all’Alcatraz, almeno un migliaio di unità ad occhio e croce. Ecco che, in seguito all’intro dell’ultimo album in studio, si presentano sul palco i LAMB OF GOD che, senza troppi fronzoli, attaccano con “In Your Words”, opener appunto di “Wrath”, disco datato febbraio 2009.
Il buon Randy lascia soddisfatto che il pubblico canti a memoria i primi versi della canzone per poi attaccare con il suo inconfondibile growl ed, in un primo momento, si ha quasi l’impressione che i suoni non siano perfetti, con volumi troppo bassi, voce non così presente come ci si aspetterebbe e basso poco percepibile; per fortuna tutto ciò dura giusto lo spazio di una canzone e già dalla successiva “Set To Fail” la band è in grado di esprimersi quasi a pieno regime! Randy Blythe dimostra di essere ormai un frontman navigato, sul palco si muove molto ed interagisce abbastanza spesso con il pubblico, è dotato di un buon carisma e di una voce versatile e abbastanza personale; il batterista Chris Adler e il bassista John Campbell guidano una sezione ritmica compatta e possente come poche e l’ottima e affiatata coppia di chitarristi Willie Adler/Morton compattano il tutto con i loro riff potenti e precisi.
Con le successive “Walk With Me In Hell”, “Something To die For” e “Ruin” il pubblico va letteralmente in visibilio ed ora è praticamente tutto l’Alcatraz a saltare, cantare e fare headbunging insieme allo scatenato Randy!
Certo non è tutto oro quello che luccica, il gruppo in alcune occasioni pare commettere qualche errore in fase esecutiva (vedi l’errato attacco di “Laid To Rest” verso il finale di show) e non sempre sembra totalmente coinvolto nell’arco dell’ora e mezza di esibizione, ma sono cose che comunque gli si possono perdonare perché lo spettacolo è comunque di ottima qualità. Da segnalare anche una simpatica dedica ai “Brothers and Sister of Lacuna Coil”, visto che la band si trova proprio nella città del gruppo medeghino capitanato dalla bella e brava Cristina!
Dopo una breve pausa la band torna sul palco per il tanto acclamato bis, che prontamente viene servito sulle note di “Vigil” e del devastante duo finale “Redneck”/“Black Label”, le quali consentono l’ultimo massacro finale a suon di circle pit e pogo spaccaossa ad un pubblico che pareva non ne avesse ancora abbastanza.
Tutto lo spettacolo è stato accompagnato da un ottimo palcoscenico, allestito con muri di casse e un set luci veramente d’impatto.
I LAMB OF GOD dunque si sono confermati un’ottima band che oramai si muove sul palco in maniera navigata ed è in grado di coinvolgere e garantire spettacolo come poche altre band attualmente in circolazione; come sottolineato poc’anzi, qualche piccolo errore gli e lo si perdona ampiamente e siamo convinti che dall’Alcatraz non sia uscito veramente nessuno di poco soddisfatto dopo un concerto di questa portata.
Maggot
Setlist dei Lamb Of God:
- (Intro) The Passing
- In Your Words
- Set To Fail
- Walk With Me In Hell
- Something To Die For
- Ruin
- Hourglass
- Dead Seeds
- Blaked The Cursed Sun
- Grace
- Broken Hands
- Laid To Rest
- Contractor
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- (Intro)
- Vigil
- Redneck
- Black Label
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