La Memoria del Topo

La Memoria del Topo

La Memoria del Topo
Autore: Michael Connelly
Editore: Piemme
Anno: 2001

Il protagonista di questo avvincente romanzo di Connelly è il detective della Polizia di Los Angeles Hieronymous Bosch, che preferisce farsi chiamare più semplicemente Harry, in effetti il nome di un pittore del ‘500 può sembrare forse un po’ tronfio, specialmente se è il nome di un pittore famoso per le sue visioni da incubo dell’Inferno, ma Harry è uno che all’inferno ci sta davvero, costantemente sotto il tiro della divisione disciplinare della Polizia, perché è un tipo che non si allinea, un detective testardo e coriaceo che fa a modo suo e si butta nelle indagini anima e corpo, ma soprattutto Harry è uno che dall’Inferno è tornato, uno dei pochi che è riuscito a portare a casa la pelle dal Vietnam. Anche se nelle sue notti c’è il piccolo dettaglio degli incubi che agitano il sonno di molti reduci, la guerra sembra ormai una pratica archiviata per Bosch, almeno fino a quando un caso di apparente morte per overdose squarcia il velo del ricordo e dell’incubo per risvegliare il passato nella vita di Harry, chiamato a indagare sulla morte di un suo ex-commilitone, che come lui ai tempi della guerra in Vietnam era stato un “topo delle gallerie”. Bosch è coinvolto in un’indagine a metà fra passato e presente, il ricordo angoscioso della guerra irrompe nuovamente nella sua vita, riapre vecchie ferite che sembravano cicatrizzate e lo obbliga a scendere ancora all’Inferno (e non solo metaforicamente) per dare la caccia ad assassini spietati che si aggirano nelle buie gallerie scavate sotto la città. Non si capisce perché il titolo originale di questo libro che era “The Black Echo” sia stato reso in Italiano come “La Memoria del Topo”, una scelta che si presta alla battuta da osteria e alle risate, il talento di Michael Connelly invece non è una cosa ridicola, perché questo scrittore è capace d’inventare thriller che tengono svegli fino al mattino (parola di Carlo Lucarelli, uno che se ne intende). Tra le tante qualità di Connelly due risaltano fra tutte: la cura maniacale del dettaglio e la capacità di buttare all’aria tutte le carte, proprio quando il lettore si è convinto che i giochi siano ormai fatti. Connelly usa attenzione anche nella caratterizzazione dei personaggi minori, anche il proprietario di un banco di pegni resta impresso nella memoria del lettore, perché l’autore riesce a dipingerlo come una persona viva e reale, Connelly non liquida niente in maniera sbrigativa, anche le situazioni che sono funzionali all’evoluzione della trama sono costruite nel dettaglio e finiscono per assumere un valore in se stesse, svincolandosi dall’obbedienza alle necessità narrative. Lo stile di Connelly non si perde comunque in lunghe e noiose descrizioni, l’attenzione del lettore è catturata costantemente dal ritmo serrato della storia, sembra che le emozioni non abbiano mai fine, perché, quando si crede che il sipario stia per calare, Connelly inchioda i suoi lettori alla sedia sollevando nuovi dubbi e aprendo un “supplemento d’indagine” destinato ad avvincere ancora per la volata finale di una cinquantina di pagine.

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