L’ultimo cavaliere
Autore: Stephen King
Casa editrice: Sperling paperback
Anno pubblicazione: 1982
pag n.224, 8,50€
Stephen King (Portland 1947) insediadosi permanentemente con la famiglia nel Maine nella seconda metá degli anni ’60, conduce una tranquilla vita coltivando interesse per la letteratura, la politica e i movimenti pacifisti. Conclude gli studi nel 1970 con una laurea in letteratura inglese presso l’Universitá del Maine. Con l’intento e la voglia di diventare insegnante e scrittore comincia zoppicando la professione d’insegnando e coltivando in privato la vocazione di scrittore. Nel 1973 viene pubblicato il suo primo romanzo “Carrie” dalla casa editrice Doubleday & Co. Ad oggi sono stati pubblicati più di 45 romanzi. Lo scrittore è annoverato come l’incontrastato creatore di storie horror e per stare dietro alla sua mente esplosiva si serve di una sorta di catena di montaggio: i suoi romanzi sono scritti a più mani, superviosionati e corretti da lui. Approfondimenti sono reperibili al sito ufficiale www.stephenking.com.
Ben poche persone dichiarerebbero che dalle mani di un diciannovenne possa fluire un oceano letterario meraviglioso. Io stesso guardo agli esempi che la letteratura internazionale elargisce nei programmi delle scuole superiori con sospeppo, quasi a voler schiacciare lo studente sotto il peso della propria insignificanza. Nonostante tutto, questo “giovinetto” lavoro del re del Maine dimostra quanto possa essere vero. La storia infatti cominciò a prendere corpo tra il 1966-67 dalla malleabile e fervente mente di un King diciannovenne. Gran voglia di fare una propria saga epica sull’onda dell’entusiasmo intenazionale suscitato dal successo di “Lord of the rings”. Il giovane king, inebriato dall’atmosfera rivoluzionaria e dalle tematiche dei figli dei fiori, produsse un proprio pensiero arrivando a negare il modello di Tolkien per generarne uno orginale. Allora: il party di eroi trattato in modo politicaly correct si… no troppo scontato… il bene contro il male, il vecchio contro il nuovo… idea rimasticata… grandi praterie, natura incontaminata piena d’immagini positive… la vita è forse questo? Insomma basterebbe questo per considerarlo un esperimento letterario coraggioso. Come cosa? Il ribaltamento delle grandi idee platoniche, di tutti gli ideali di purezza per costruire un prodotto letterario in grado di affrontare il grande argomento: dove stá andando l’uomo. King prende questa grande incognita o questo grande tabù per mostrarlo alla luce del sole. Solo la luce può eliminare le ombre in cui rischia di nascondersi la mente umana quando affronta argomenti di così ampio respiro. Certo King usa armi non convenzionali: il grottesco, la meschnitá, la violenza, la fantasia, ma anche la suspense, I colpi di scenza, la filosofia, la scienza. Potreste pensare che stiate per affrontare un carnevale medievale, come aprire un baule pieno di tante cose messe insieme alla rinfusa. Dovete dare fiducia al grande Stephen, almeno per poco meno della metá del libro. Troppo? Non direi: se avete letto “IT” avrete affrontato un preambolo di circa 400 pagine… un po' tantine, non trovate? Ne “L’ultimo cavaliere” il giovane King dá sfoggio del suo stile folle e geniale che a molti può dar fastidio, ma al contrario di molte sue altre opere, il soggetto della discussione viene rivelato al lettore in maniera progressiva, spinta da una certa (improvvisa) accelerazione. Riprendiamo il soggeto prima di svelarvi troppo: la maestria di un competente “operaio della letteratura” ha permesso di trattare tematiche diverse, intracciandole grazie ad un canovaccio coerente e accattivante. Il viaggio (fisico e psicologico)e la morte, forse non cosœ diversi ma è certo che sia necessaria una certa maestria per affrontarli con coerenza.
Dalla bella introduzione, fatta di suo pugno, si evince come il ’68 non sia stata l’unica musa ispiratrice per King. Infatti, udite udite, lo stile rude e tagliente del western di Sergio Leone. Lo stesso King ammette: “… vidi un film diretto da Sergio Leone. Si intitolava “Il buono, il brutto, il cattivo” e prima ancora di essere arrivato a metá capii che quello che volevo scrivere rea un romanzo che contenesse il senso della ricerca e la magia di Tolkien, ma avesse come scenario il West quasi assurdamente maestoso di Leone”. Questa sorta di confessione dell’autore è anche accompagnata da altre belle confessioni: parlando dei suoi 19 anni (ma anche di quelli di tutti) scrive: “Se non metti adesso calzoni troppo grandi, come li riempirai quando sarai cresiuto? Sbattitene di quello che dicono gli altri, cosœ la penso io, tieni duro e dacci dentro.”
King come un Socrate moderno riesce ad irretire il suo lettore grazie anche allo stile. I primi capitoli dell’opera sono proprio intrisi di uno stile da film western di secondo livello e questo risulta percepibile come un fastidioso pisello sotto il materasso, una goccia d’acqua che periodicamente ti cade sulla testa o un fastidioso rumore di fondo. Ma superata tale avversione il lettore capisce quanti sia difficile rendere tale sensazione con i fendenti di una penna, allora lo stile rozzo, quasi sporco, del tipico abitante del selvaggio west comicnia ad entrarti dentro. Lo stile diventa la macchina del tempo che ti porta in un altra era, in un altro mondo e quando il viaggio, le parole, i suoni ti hanno completamente stregato, guardandoti intorno vedi che tutto è cambiato e proprio per questo tutto e uguale. Insomma lo stile di King mostra l’altra lato dell’aspetto comunicativo della letteratura: l’eleganza nasconde la goffaggine. Come in una sinfonia i discorsi rudi sono susseguiti da parti descrittive stilisticamente immacolate quasi trasparenti. Notare che questo è il risultato di un lavoro di revisione di una vita, quindi l’esperienza ha permesso di smussare gli angoli troppo acuti di una scrittura giovane e ruspante. L’immaturitá ha permesso di instilare elementi fantastici che per la loro irrazionalitá stridono con l’armonia stilistca cosœ sapiente e meticolosa. Questo permette di isolare il fulcro della bellezza stilistica del romanzo: la guerra dei contrari che poi altro non è che una fotografia di questa o quella realtá
E’ solito costatare come gli incipit destino notevole scalpore, aspettative ed ammirazione ed altrettanto solitamente I sequel causano delusione e disgusto, ma voglio essere fiducioso. Questo romanzo è il primo di una saga di 7 libri, quindi possiamo solo fare insieme questo viaggio e alla fine tirando le somme vedremo se questo giro panoramico nel piano del fantastico sará valso il prezzo del biglietto. Una garanzia può essere questo insieme di affermazioni kinghiane: “… volevo scrivere non solo un libro lungo, ma il più lungo romanzo popolare della storia… se doveste chiedermi perchè lo volessi fare, non vi saprei rispondere. Forse dipende in parte dall’essere cresiuto in America: costruisci l’edificio più alto, scava la buca più profonda, scrivi il libro più lungo… mi era sembrata una buona idea”. Siamo più confusi o convinti… leggiamo che è meglio.
Leggi anche la recensione del http://www.haternal.com/haternal%2D4/dett-pezzo.asp?Pezid=4931">secondo libro "La chiamata dei tre"
Leggi anche la recensione del http://www.haternal.com/haternal%2D4/dett-pezzo.asp?Pezid=4930">terzo libro "Terre desolate"
Che il Kaos sia con voi.
Helrik
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