Il Richiamo della Foresta

Il Richiamo della Foresta
Autore: Jack London
Editore: Mondatori
Anno: 1903

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Perché recensire un "classico" universalmente conosciuto nel mondo? Forse perché questo libro nella testa di molti è relegato sullo scaffale della letteratura per ragazzi, ma in queste pagine Jack London non scrive una storia melensa, rivolta solo a chi ha da poco superato l’infanzia, la sua invece è una storia dura, violenta, dove non c’è la paura di raccontare la crudeltà dell' uomo che infierisce sugli animali, ma è anche una storia venata di accenti epici, è la storia di un ritorno alle radici più genuine della propria natura e come tutti sanno, protagonista di questa avventura è un cane, impegnato in un faticoso itinerario che lo porta ad allontanarsi sempre di più dalla civiltà e a addentrarsi nel mistero del Nord selvaggio. Un viaggio, che come tutti i viaggi, non è semplicemente uno spostamento spaziale, ma è anche la riscoperta della propria natura primigenia e ferina, che la civilizzazione ha inutilmente tentato di cancellare nel corso dei millenni. Alla neve, alla fatica della pista e al sangue si mescola inatteso il lirismo: "Era un canto antico, antico come la razza stessa, uno dei primi canti di un mondo più giovane, in un tempo in cui i canti erano tristi. Recava in sé il dolore di innumerevoli generazioni, quel lamento che commuoveva così profondamente Buck. Gemeva e singhiozzava anche lui, perché dentro aveva la pena di vivere che era stata un tempo dei suoi progenitori selvaggi, e la paura e il mistero del freddo e dell' oscurità che per loro era paura e mistero." Anche il lettore è sopraffatto dal mistero indecifrabile della vita, perché non sa più di quanto sappia Buck, la storia procede secondo il suo punto di vista, anche il lettore avanza in parallelo con lui in un apprendistato faticoso, spesso crudele, ma puro nella sua nuda semplicità. Tutto il libro poi è segnato dalle suggestioni della teoria di Darwin e dagli echi delle elaborazioni concettuali di Nietzsche relative al “Superuomo”: “C’è un’estasi che segna l’apice della vita e oltre la quale la vita non può innalzarsi. Ed è questo il paradosso dell’esistenza: questa estasi viene quando più si è vivi, e viene come completo oblio della vita. Questa estasi, questo oblio della vita coglie l’artista e lo strappa fuori dal suo io in una fiammata; coglie il soldato che si batte furente in campo aperto e non concede tregua a chi si arrende…” Una manciata di righe come questa è bastata a convincermi di non avere speso invano una notte insonne, per leggere un “libro per ragazzi” che, a torto, avevo sempre considerato trascurabile: non conto tutte le pagine capaci di emozionare, esaltare e trascinare che ho trovato inaspettatamente nell’opera più famosa di Jack London. Queste pagine esaltanti raccontano anche di uno scenario magnifico: il Nord America della “corsa all’oro” illuminata dalla luce algida dell’aurora boreale e incastonata tra alte foreste e piste innevate. Una narrazione che procede come un fiume in piena, seguendo le svolte tortuose della lotta senza quartiere per la sopravvivenza, i riferimenti culturali sopra citati si elevano come pietre miliari a segnare le sponde di questo corso narrativo, ma in mezzo ai giganti della cultura e del pensiero moderno trova spazio anche un tema più modesto: quello della millenaria amicizia tra uomini e cani, sicuramente è da qui che il libro trae la capacità di rivolgersi a lettori di tutte le generazioni, nel racconto di un’esperienza universale, infatti l’affetto del proprio cane è un sentimento che prescinde dalla conoscenza della filosofia o delle teorie evoluzionistiche, è qualcosa di meravigliosamente semplice e perciò profondamente radicato nell’uomo. Un argomento universale, una storia di pericoli e sopravvivenza, capace di trascendere i confini del genere d’avventura, proponendosi a tanti livelli di lettura: questi elementi hanno fatto del “The Call of the Wild” un classico, ma ancora di più, un classico un po’ speciale, perché si rinverdisce man mano che il lettore cresce.

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