Gods of Metal 2005

Anche quest'anno il festival metal numero uno in Italia si è tenuto all'Arena Parco Nord (Made in BO); come ogni anno i vari merdallari di tutta la penisola hanno raggiunto il festival per far vedere le loro magliette dei loro idoli musicali riformati in improbabili formazioni anni '80. Le cariatidi in mostra? Una nuova edizione del Gods Of Cocoon? Forse, ma ci dilungheremo più avanti. Quel che è certo è che rispetto alla scorsa edizione il Gods Of Metal (almeno) ha cambiato decade: l'edizione dell'anno scorso era il "Gods Of Metal '70", quest'anno era il "Gods Of Metal '80". Magari bisognerà aspettare di vedere i capelli bianchi in testa ai Korn, Raging Speedhorn, Andrew W.K., Deftones, SOAD e QOTSA prima di vederli (come è giusto che sia) al GOM; del resto, il merdallaro medio è ottuso, dedito al culto di Onan e con un borsone d'ignoranza crassa pesante come un macigno. Non ha alcun motivo per lamentarsi della presenza di quei gruppi, però si lamenta; ma al tempo stesso gioisce per Anathema ed Twisted Sister (lo dite voi al merdallaro medio che Korn e Raging Speedhorn sono più metal di quei due gruppi?) e via discorrendo. La "colpa" per certi comportamenti è anche di chi scrive, ma questa è un'altra storia. A voi e W la metal!

Sabato 11 Giugno 2005

Mastodon

Forti del successo planetario del macigno “Leviathan” i quattro americani recuperano la data persa a Milano di alcuni mesi fa con uno show decisamente positivo in il quel di Bologna, durante la prima giornata del Gods Of Metal. Inaspettatamente sostenuti da una percentuale massiccia del pubblico presente, i Nostri hanno ripagato l’attesa per la loro seconda calata italica con un fiume in piena di riff e ritmiche terremotanti, nel loro tipico stile pe(n)sante e mai scontato. Niente scemenze sul palco, numeri da circo o trovate ad effetto, solo tanta tecnica e una classe infinita nel miscelare come mai non ti aspetti tutte le sfaccettature del metal, dai Rush a oggi. E’ palese che la presenza scenica non sia quella degli Slayer, e che spesso il grosso palco li faccia sembrare disorientati, ma dopo soli due album e una carriera ancora da lanciare nel lido dei grandi tutto è permesso a questi piccoli prodigi, che dal nulla stanno diventando un dei nomi di punta della scena mondiale.
Nonostante opinioni discordanti con chi mi stava vicino, il suono mi è parso ottimo, con bassi vibranti , batteria ben valorizzata e chitarre calde come da disco. Solo nel finale qualche problema tecnico, ma nel complesso uno dei concerti migliori della giornata.


Obituary

Precisi, violenti, compatti. E statici. Non posso negare che le prime impressioni avute dalla prova live della mitica death metal band floridiana siano state proprio queste: ovvero, largamente positivo il loro show in senso strettamente tecnico, ma piuttosto carente sotto il profilo dello spettacolo e dell’interazione con il pubblico. Francamente, ce lo si poteva aspettare; dopo anni di stop forzato era logico che alle prime uscite dal vivo la presenza scenica risultasse piuttosto modesta. Inoltre vederli in una grande arena all’aperto, con il sole e alle quattro del pomeriggio non è la situazione ideale per apprezzare un gruppo che fa del death più malsano e fangoso il suo trademark sonoro da vent’anni a questa parte. Aggiungiamo pure un volume bassissimo, specie nelle prime canzoni, che mortificava il loro naturale wall of sound (c’è da dire che i suoni erano chiari e distinguibili, a onor del vero), e abbiamo un risultato finale che presenta parecchie ombre. Fortuna che queste ultime sono state comunque soverchiate da una prova che per carattere e perizia tecnica è stata di grandissimo livello: poche pause, non un cedimento da parte della band, che ha sparato in faccia agli spettatori i suoi classici immortali, ormai entrati nella storia del death e del metal tutto. C’è di che godere di fronte al martirio sonoro che pezzi come “Slowly We Rot”, “Chopped In Half”, “Cause Of Death”, “Turned Inside Out”, “Killing Time” e “Dying” riescono sempre a perpetrare, nonostante il volume “minuscolo” dal quale vengono supportati; ed è bello constatare che la voce di John Tardy non ha perso un’oncia della sua somma putredine cimiteriale, roba che un normale essere umano non riuscirebbe ad avvicinarvisi neppure ingurgitando il contenuto delle fogne di Calcutta. Come si evince dai brani sopraccitati, gli Obituary hanno privilegiato il repertorio più vecchio, specie quello dei primi tre dischi, tralasciando invece la produzione più recente; nonostante questo, è stato presentato un brano estratto dal nuovo album di imminente uscita, che mi è parso una sorta di via di mezzo tra la violenza di “Back From The Dead” e la pesantezza sfibrante delle loro prime produzioni: non male. Possiamo quindi sperare in un ritorno degno del loro immenso passato anche per quanto riguarda le prove in studio, dato che sul palco hanno dimostrato di essere ancora, e qui tocca ripetermi, precisi, violenti e compatti come pochi gruppi al mondo. Oggi, nel 2005.

Strapping Young Lad

Il gruppo di Devin Townsend negli ultimi tempi per quanto concerne i dischi ha spaccato due cose: le palle e l'opinione della gente. Sono sempre in meno le persone disposte a difendere l'operato di un musicista che si è adagiato su quanto fatto. Dal vivo, invece, l'opinione della gente è più compatta: i SYL fanno pietà. I suoni erano fin troppo impastati, il riverbero era fastidiosissimo e i volumi non erano adatti ad una locazione così spaziosa; in una parola: mediocri. Devin riusciva ad intrattenere la gente solo facendo battutine irripetibili, tipo quelle che fa l'amico sfigato al pub quando ci vuole provare assolutamente con un'amica di una amica (portata per farla conoscere agli altri), ma non riesce a far ridere perché non è simpatico. Devin è come l'amico sfigato. Anche nell'aspetto, come a dire: niente viene per caso. Bisogna anche far presente che anche se siamo metallari e brighelloni, non c'è un cazzo da ridere se si mette le dita nel naso e tira fuori le caccoline: lo faceva Daniele De Santiis alle elementari e alle medie per far ridere me e gli tiravo le sedie: m'hanno anche sospeso con l'obbligo di frequenza (questo è per far capire che quelli che si tolgono le caccole per "ridere" a me fanno solamente schifo). Da un gruppo che annovera certi musicisti è lecito aspettarsi molto di più; in questo gruppo ci sono persone con qualità incredibili, ed è per questo che non si capisce il perché di atteggiamenti mongoli o album non-estremi con i suoni ammorbiditi e con gli spigoli smussati. Poi "Detox" dal vivo spacca culi, le altre canzoni più veloci (inutile fare i titoli, tanto le conoscete benissimo) spaccano, coinvolgono, etc. Però il problema risiede in questo modo di fare sciocco e privo di senso. Per non parlare di suoni al limite dell'amatoriale (non è solo colpa del fonico o della Live! o di Suor Germana: sono proprio loro che scelgono dei suoni stupidi e fastidiosi). Per davi un'idea di quel che ne pensa l'opinione pubblica, ecco alcuni commenti carpiti durante e a fine concerto: "Mi fanno cacare. Oh, senti? C'ho il mal di testa; mi viene da... no, no, fanno proprio cahare" (Bardox), "Swuoshhhh, azhhhh, rararara. Che è 'sta merda? I suoni fanno schifo" (Testament), "Con questi suoni brutti le canzoni sono uguali, non si distinguono" (UbaUba), "A me 'un mi garbano pe' nulla" (Lady Evil).

Lacuna Coil

I Lacuna Coil hanno tenuto un bel concerto. Erano precisi, motivati, si muovevano bene, incitavano il pubblico e lo invogliavano a partecipare. Cristina sa il fatto suo e sul palco si muove continuamente, non smette mai di coinvolgere il pubblico. Il gruppo, grazie anche ad un look accattivamente, riesce a far presa sul pubblico più giovane (e magari femminile), come i loro video in heavy-rotation. Vengono passate in rassegna le solite hit (sono anni che suonano praticamente sempre la stessa scaletta: i brani li conoscete) e il pubblico intona i ritornelli assieme a Cristina o al castoro meno simpatico del metal. Tutto perfetto, dunque? Eh no perché come è noto a tutta la scena metal i Lacuna Coil sono un gruppo mediocre, quindi anche se danno il massimo e suonano bene rimangono comunque un gruppo mediocre. Come Centofanti o Gresko: anche se danno il massimo fan sempre sorridere, non è colpa loro, l'impegno ce lo mettono, solamente essendo nemici del pallone più del '6' non possono fare. Idem per i Lacuna Coil. Però Cristina nei video clip si tocca le tette.

Slayer

Vado dritto al sodo: ho letto le opinioni di chi ha assistito al loro concerto e ho ascoltato i commenti di chi mi era vicino alla fine della loro esibizione. La maggior parte delle persone commenta in questo modo: "Araya senza voce, volume ridicolo e loro sono dei mestieranti". Analizziamo per punti: 1. Araya non era in giornata: molto meno aggressivo del solito, privo di INCAZZO e svociato soprattutto sugli urli (sulle parti meno urlate teneva discretamente bene), bisogna però tener conto del fatto che tutti e 50.000 gli spettatori del Gods molto probabilmente non sarebbero stati in grado di andare sul palco dopo quel che ha passato lui negli ultimi tempi, quindi ha tutte le attenuanti del caso; 2. il volume non era il massimo, è vero: c'era molto vento e stando in collina, seduti a ridere e scherzare si sentiva poco perché veniva distorto, ma se vai agli Slayer e stai in collina sei un coglione: chi era sotto al palco ha goduto non poco per dei volumi tutt'altro che ridicoli, non assordanti, ma nemmeno ridicoli; 3. il terzo punto è quello a cui tengo maggiormente: non è umanamente possibile essere incazzati per più di 20 anni; a 20 anni è naturale odiare tutto e tutti e canzoni come "Kill Again" non vedi l'ora di suonarle perché in corpo hai la RABBIA (il caps-lock mi aiuta ad immaginare Tom incazzato). Suonare certe canzoni per più di 20 anni sfoga tantissimo. E' naturale non avere più alcun tipo di INCAZZO durante i concerti: l'hanno esaurito tutto. Cosa devono fare, quindi? Comportarsi da Slayer: suonare veloci, precisi ed incazzati: spaccare tutto. L'hanno sempre fatto, lo faranno fino a quando esisteranno. Fra l'altro non c'è assolutamente paragone con grupponi tipo Megadeth, Metallica, Iron Maiden e Judas Priest: fra tutti questi gruppi, quelli che si sono resi meno ridicoli e meno inclini alle buone maniere per vendere dischi anche ai non-metallari sono stati proprio loro; mentre in discoteca (non le discoteche rock, parlo delle discoteche truzze) si ballavano le canzoni sceme dei Metallica, Iron Maiden o anche Megadeth, gli Slayer rispondevano con "War Ensemble" -non so se mi spiego. E' anche per questo che scrivere "mestieranti" è discutibile. I titoli di tutte le canzoni suonate? Andate altrove. Io vi scrivo quelle che mi han fatto venire i brividi: "War Ensemble", "Black Magic", "Chemical Warfare", "Dead Skin Mask", "Angel Of Death" e "South Of Heaven". Quest'ultima, ulteriormente rallentata per l'occasione e suonata in maniera divina: pesante come un macigno. Avrei voluto avere alla mia sinistra (alla destra avevo un folletto festante!) Reje per guardare il suo volto durante quella canzone. Commentino su Lombardo: gli ho augurato qualche CANCRO durante questi ultimi e infruttuosi anni buttati in progetti vergognosi, Bostaph mi andava più che bene, però è sempre una garanzia: monumentale (come direbbe Ziliani).

Iron Maiden

Devo ammetterlo: ero titubante al pensiero che Bruce Dickinson cantasse pezzi dai primi due dischi. Dovete sapere che nutro una sorta di venerazione per DiAnno, tant’è vero che gli album che prediligo degli Iron Maiden sono proprio i primi due (penso che “Killers” sia il disco metal che più ho ascoltato in vita mia). Ma mi sono dovuto prontamente ricredere di fronte alla prova magistrale che i sei inglesi hanno sostenuto davanti ad un’arena strapiena: aveva ragione Signorelli nel sostenere che l’Italia è uno dei paesi più maideniani del mondo, e la dimostrazione è nelle trentamila persone che non lasciano un centimetro quadrato di spazio a partire dalle transenne del palco, su fino all’estremità della “collinetta”; una cornice di pubblico meravigliosa, e gli Iron se ne devono essere accorti, perché era evidente la loro carica nel suonare davanti a tanti loro devoti fans.
A cominciare dal buon Bruce, che a quarantasette anni suonati corre, salta e si agita come un ragazzino, e nonostante questo riesce a prodursi in una performance canora mirabilissima: quasi nessuna sbavatura, acuti tenuti in modo più che egregio, utilizzando scale discendenti sempre perfettamente intonate quando la fatica si fa sentire (ma non succede spesso); e sì, i pezzi di “Iron Maiden” e di “Killers” vengono da lui cantanti in modo più che convincente. Non cerca di imitare Paul, usa un suo stile, più impostato sulle tonalità acute e meno “caldo”, ma che non sfigura affatto di fronte alle versioni originali: esame superato. Come si diceva, un repertorio totalmente retrospettivo, che pesca esclusivamente dai primi quattro album, dal momento che la band sta supportando il DVD “Early Days”, testimonianza dei loro primi anni di attività. Si parte subito con il bellissimo strumentale “The Ides Of March”, e si percepisce che sarà un grande spettacolo: scenografia “d’annata”, che rispolvera il vecchio modo di presentarsi dei Nostri nei primi anni Ottanta (appare anche la scritta “Acacia Avenue”, tra le altre), e perfetto interplay tra i tre chitarristi, il basso tonante di Harris e la batteria possente di Nicko. In generale, sembra che i rapporti tra i sei musicisti siano più che buoni, apparendo come un insieme compatto e affiatato: ottimo! Seguono subito altre due chicche, ovvero “Murders In The Rue Morgue” e “Another Life”, tratte anch’esse da “Killers”: Dickinson perfettamente a suo agio, tutto gira a meraviglia. Si continua guardando sempre più al passato, ed è la volta del loro primo, storico classico, “Prowler”, che chiude la parte interamente dedicata al periodo DiAnno. Lo show continua passando da un periodo all’altro, ed è la volta dell’immancabile “The Trooper”, seguita a ruota (scusate se ora faccio un freddo elenco delle canzoni, ma la scaletta è stata veramente devastante) da “Remember Tommorow” (ricordata da Bruce come pezzo con il quale aprì il suo primo concerto con la Vergine proprio a Bologna, nel lontano ottobre del 1981), “Where Eagles Dare”, “Run To The Hills”, “Revelations” (forse il pezzo dove il singer ha dato il meglio di se, stratosferico), “Wrathchild”, “Die With Your Boots On”, una imponente versione di “Phantom Of The Opera”, le classicissime “The Number Of The Beast” e “Hallowed Be Thy Name”, e la “falsa” conclusione con l’anthem “Iron Maiden”, cantato a squarciagola da tutti i presenti. Fino a questo momento la band non si è quasi concessa riposo tra un pezzo e l’altro, suonando senza sbavature e mostrando doti “atletiche” da parte di tutti i suoi componenti. Non parliamo poi di Dickinson, che ha mostrato prestazioni olimpioniche: mi spiace ripetermi, ma sono tutti dei quasi cinquantenni e io francamente non mi sarei aspettato di vederli così in forma. Hanno veramente dato tutto, e non si sono risparmiati neppure sui bis: che, dopo la pausa, sono stati nell’ordine “Running Free”, “Drifter” e la paleolitica “Sanctuary”. In quest’ultima parte del concerto è apparso finalmente il consueto, gigantesco Eddie, e i Maiden si sono dimostrati umani, quando Bruce ha sbagliato ad annunciare “Drifter” ed invece il gruppo ha attaccato con “Running Free”; succede, anzi il primo a prenderla sul ridere è stato proprio il cantante. Grande ovazione finale del pubblico, sinceramente partecipe per tutto il concerto: non poteva chiedere di più. A parte i suoni, che per tutta la prima giornata si sono rivelati deficitari in quanto a potenza, ma che con gli Iron, tutto sommato, si sono elevati un po’, garantendo un volume sufficiente per arrivare perfettamente intelligibile anche nelle zone più arretrate. Non fosse stato per questo piccolo particolare, il concerto sarebbe stato perfetto; davvero, gli Inglesi hanno suonato il miglior concerto di entrambi i giorni, sono stati semplicemente superiori. Ammetto di essere di parte, ma ancora una volta hanno dimostrato di essere il più grande gruppo metal della storia.

Conclusioni al termine della prima giornata

Finalmente un festival made in Italy degno di essere definito come tale: nomi importanti in scaletta affiancati ad altri emergenti, nessun ritardo, tutte le band presenti,… insomma per una volta sembra che tutto sia andato bene, se evitiamo di parlare delle solite questioni che ogni anno vengono a galla dopo la chermesse bolognese.
Anzitutto l’arena Parco Nord che ben poco si presta a grossi eventi estivi come questo, era così 7/8 anni fa in concomitanza del primo Independent Day ed è stato così anche in questa occasione. Poca visibilità, polverone assurdo, spazio limitato per il pubblico, campeggio incommentabile,… insomma è mancata la vivibilità che avrebbe reso il tutto qualcosa di più di una semplice accozzaglia di band che suonano sotto le stesse luci.
Altro problema da affrontare al più presto è la questione stand: è innegabile che il metallaro sia la categoria umana più ben disposta verso la dissipazione di patrimoni in dischi e gadget legati al mondo dei suoi idoli borchiati, allora perché ogni anno sono sempre e solo presenti gli stand di qualche testata giornalistica, della Scarlet, del Transilvania e poco altro? Cosa me ne frega se ci sono dieci punti dove acquistare le orrende magliette del Gods se non c’è il benché minimo segno di qualche bancarellino di etichette underground, distro, fanze, negozi mitici e roba così? Non dimentichiamoci che il nostro genere preferito è sopravvissuto per generazioni senza megastore e etichette multinazionali!
Ultimo problema: gli headliners. Amo gli Slayer e riconosco l’importanza degli Iron Maiden però non mi sembra passato abbastanza tempo dall’ultima volta che hanno svolto questo ruolo nella gerarchia del festival per poterli richiamare. Sappiano tutti quanto sia beota e conservatore il popolo metallaro, però non possiamo neppure continuare in questo modo. Prima o poi anche il più indistruttibile dei nostri eroi ci lascerà e allora sarà il caso di trovarne dei nuovi, se vogliamo riempire lo spazio in alto della locandina. Questo è quanto, abbiamo fatto un passo avanti rispetto agli anni passati ma nel Europa che urla siamo ancora troppo indietro per poterci fregiare di un ruolo di primo piano. Il primo mattone è stato posato, ora diamoci una mossa e mettiamo in piedi tutto il muro.


Domenica 12 Giugno 2005

HammerFall

Suonano poco dopo mezzogiorno, la domenica. Insomma, una posizione decisamente bassa in scaletta, forse eccessivamente penalizzante per una band che sì, sarà derivativa e votata al più totale calligrafismo degli anni Ottanta, ma che ha dimostrato di essere una delle più influenti per la rinascita del power e del metal classico negli ultimi anni Novanta. Non sono uno dei miei ascolti abituali, anzi, e ammetto di possedere solo il loro primo disco, quel “Glory To The Brave” che tanto fece parlare di se quando uscì (e che io ancora adesso apprezzo molto): ma sono rimasto piacevolmente colpito dal comportamento del gruppo, che fregandosene dell’ora e del non numeroso pubblico (ma chi c’era ha risposto calorosamente alla “chiamata” degli Svedesi) ha fornito una prestazione più che convincente, pregna di quel divertimento e di quella carica di spensieratezza che ci si aspetta da un gruppo come il loro. Sono tamarri, indossano vestiti di scena talmente pacchiani che manco Halford arriverebbe a tanto (sto pensando in particolare al bassista, praticamente un uomo - caffettiera tanto è ricoperto di metallo), ma lo sanno e tutto quello che vogliono fare è far divertire il pubblico con una manciata di pezzi heavy metal al 100%. Tra l’altro dimostrano un’ottima tenuta del palco, con Joacim Cans frontmen provetto, e doti tecniche notevoli, senza per questo lasciarsi andare a masturbazioni strumentali di sorta, ma badando sempre alla forma canzone e all’impatto immediato dei loro anthem metallici. Tra i pezzi che ho gradito di più (ripeto, conosco veramente poco di loro), spiccano il piccolo gioiello “Hammerfall”, unico estratto dal primo disco, gli inni “Let The Hammer Fall” e “Heeding The Call”, tratti da “Legacy Of Kings”, nonché il singolo del loro ultimo disco, il convincente “Blood Bound”. Alle mie orecchie continuano a risultare un po’ troppo artefatti e smaccatamente derivativi, specie su disco, ma dal vivo hanno saputo farsi valere in modo più che egregio, senza dimenticare la loro dignità nel proporre musica puramente evasiva e senza tante pretese, nell’esserne consapevoli e nel rivendicarne il diritto. Ottima sorpresa.

Black Label Society

Un buon concerto, una prova veemente e di grande spessore da parte del redneck dalla stazza fisica enorme, ma anche un pizzico di amarezza e timori per il futuro. In sintesi quello che penso dello show di Zakk Wylde è tutto riportato in queste due righe. Perché è vero che l’ex chitarrista di Ozzy ha dimostrato di essere un grande anche dal vivo, padrone del groove e del suono sporco e caldo del sud, ma è altrettanto innegabile che ormai sembra pericolosamente dipendente dall’assunzione di qualsiasi bevanda a gradazione alcolica: così succede che in un’ora scarsa di esibizione le canzoni suonate siano estremamente esigue, e che tra un pezzo e l’altro Zakk si lanci in interminabili assoli che, francamente, lasciano il tempo che trovano: d’accordo, roba sudata, pregna fino al midollo di sonorità bluesy e southern, ma in ultima analisi troppo omogenea timbricamente (quasi tutta basata su note acute) e con l’impressione che il Nostro esegua il tutto in modo quasi “inconsapevole”, guidato dai demoni dell’alcol piuttosto che da una scelta consapevole (anche sul palco le birre si susseguivano a velocità vertiginosa). Certo, da lodare il coinvolgimento emotivo che il buon Zakk ha dimostrato di provare per tutto il tempo nel quale ha suonato, e io per primo non mi sarei mai aspettato tanto pubblico per lui, ma anche nella sua passione si notava l’appannamento dovuto ad eccessi troppo sfibranti e protratti nel tempo, difficili da sostenere per chiunque, anche per un uomo del sud come lui. Come dicevo, poche canzoni, perlopiù tratte dagli ultimi lavori della sua band, la più applaudita delle quali è stata la fulminante opener dell’ultimo disco, “Fire It Up”; buone esecuzioni anche per “Suicide Messiah” e “She Deserves A Free Ride”. Peccato, avrei preferito sentire anche qualcosa dai primi album, e se solo si fosse rinunciato a qualche assolo sarebbe stato pure possibile. Suoni finalmente buoni e dal volume degno di un festival all’aperto, ma già dagli HammerFall si era capito che i fonici si erano messi al lavoro. In definitiva un buon concerto, con un’ottima partecipazione dei presenti assiepati tutt’intorno al palco, con picchi di notevole qualità, ma io continuo ad essere preoccupato per il futuro. Già, perchè continuando così la mia paura è che Zakk si bruci la carriera troppo presto, mentre potrebbe regalarci ancora tanti grandi dischi.

Anthrax

Purtroppo ci siamo giocati anche loro. Almeno, ci siamo giocati la credibilità di un gruppo che, fino ad ora, era rimasto un esempio di coerenza per molti loro colleghi. E invece è arrivato il momento anche per i newyorkesi di pagare pegno al nuovo totem della “reunion”, operazione compiuta il più delle volte (e questo, ahimè, è il caso) per motivi meramente economici: perché così facendo si sollazza la fantomatica “nostalgia” della parte peggiore dei fans di un dato gruppo, quei cerebrolesi che non riescono ad accettare che il tempo passa e il mondo cambia, anche quello dei loro beniamini di gioventù. Così, chissenefrega se con Bush gli Anthrax hanno condotto una carriera inattaccabile per quasi tre lustri, sfornando dischi grandissimi e dando prova di essere una band enorme anche dal vivo: raccattiamo lo scoppiato Belladonna e via, così i soliti vegliardi sclerotici con manie puerili sono contenti, vengono a vederci, ci comprano i dischi (si parla anche di questo) e così anche la pensione è assicurata. Dico tutto questo alla luce della loro prova in quel di Bologna, dove accanto ad un gruppo che, come sempre, ha dato tutto, c’era un signore di mezza età visibilmente spaesato che si aggirava in modo quasi imbarazzante sulle assi del palco, e che mostrava un pessimo stato di forma delle sue corde vocali: e il bello è che quasi tutti i pezzi suonati erano estratti proprio da quei dischi con Belladonna stesso alla voce. Per dirne qualcuno, partenza a razzo con “Among The Living”, poi una dietro l’altra “Got The Time”, “Caught In A Mosh”, “Antisocial”, “NFL”, “Medusa”, “Indians”, “I’m The Man”, “Be All End All” e, per concludere, gran finale con “I Am The Law”. Come vedete, grande scaletta, anche se io avrei gradito sentire almeno qualche brano tratto dal capolavoro “Persistence Of Time” (oltre alla solita “Got The Time”), ma tant’è; non ci si può certo lamentare di tutto questo splendore, e della superba spinta propulsiva che il complesso dona a tutti questi pezzi. Ci si può, ci si deve invece lamentare della prestazione scandalosa di Belladonna, in grado pure di fare gaffe allucinanti, tipo ringraziare a piena voce “Barcelona” (!!!) al posto di Bologna, ed essere prontamente corretto da Scott Ian. Cioè, vi rendete conto? Io sinceramente non saprei cos’altro dire, non capisco perché riprendere un singer in evidente difficoltà a cantare i pezzi che l’avevano reso famoso, e dare un calcio in culo a John, dopo tutto quello che ha fatto con gli Anthrax. E magari c’è pure qualcuno che è felice e contento di questa reunion. Dal canto mio, se continuo ad amare enormemente gli Americani a livello musicale, non posso dire altrettanto riguardo il loro comportamento e il loro aspetto umano. Non mi ergo a censore o a patetico giudice, ma è un fatto che anche loro, d’ora in poi, non possono certo arrogarsi chissà quale coerenza artistica. Peccato.

Megadeth

Sicuramente il concerto più controverso di tutto il Gods. C’è chi considera questa nuova formazione una sorta di cover band di quelli che una volta erano stati i Megadeth, chi invece fa notare l’innegabile fatto che, da sempre, questo è il gruppo di Dave Mustaine, e gli alti e bassi della loro ventennale carriera se li è sempre presi interamente sulle sue spalle. Quest’ultimo punto mi trova, tutto sommato, concorde, ma andando ad analizzare il concerto qui in esame bisogna anche dare una parte di ragione ai detrattori sopraccitati. Il punto è che questo sembra veramente un complesso di mercenari, assoldati alla spicciolata e senza grande criterio: e si ha questa impressione dalla freddezza con la quale il gruppo tiene il palco, con versioni dei grandi classici ridotte all’osso, suonate senza troppe sbavature ma anche con poco vigore e poca convinzione. Effettivamente, l’inizio dello show è disastroso: attaccano con “Blackmail The Universe” e subito si nota un Mustaine fuori forma, sottotono vocalmente e piuttosto apatico, ma il peggio è rappresentato dai
comprimari, che suonano svogliati e con poca grinta: c’è da dire che i suoni erano decisamente carenti a inizio concerto, sporchi e per nulla a fuoco. Poi, grazie al cielo, si migliora: suoni più curati, i “musicisti a cottimo” (l’ha detto un mio amico, ma rende l’idea) iniziano a carburare, MegaDave si riprende e pezzi come “Hangar 18”, “In My Darkest Hour”, “Symphony Of Destruction”, “A Tout Le Monde”, “Peace Sells” e la conclusiva “Holy Wars” fanno la loro porca figura. Da segnalare anche un Mustaine stranamente “affabile”, che a fine concerto ringrazia per ben due volte il pubblico italiano; mai me lo sarei aspettato. A cercare di essere il più obiettivi possibile, si può dire che la verità stia nel mezzo: ovvero, i tempi d’oro sono irrimediabilmente trascorsi, e temo che mai più ritorneranno. Quelli di oggi sono dei Megadeth a “mezzo servizio”, che vivacchiano cercando di essere il più possibile fedeli a quello che è stato il loro trademark passato (prova ne è l’ultimo disco, totalmente basato sulle sonorità di inizio anni novanta, periodo “Countdown To Extinction”), ma che inevitabilmente finiscono per deludere amaramente quelli che da un gruppo di tale importanza storica pretendono sempre l’eccellenza. D’altro canto, è difficile chiedere di più a questa formazione oggi come oggi, alla quale va comunque dato il merito di proporre correttamente un repertorio che, data la sua intrinseca qualità, riesce sempre a strappare qualche emozione. Veramente arduo, quindi, dare un giudizio univoco e definitivo su quello che il gruppo di Mustaine (e mai definizione è stata più calzante in tutta la loro storia) ha offerto in questo Gods. Aspetto gli sviluppi futuri. Certo, con la consapevolezza che le ombre che aleggiano su di essi sono ben maggiori degli squarci luminosi.

Motley Crue

Buona presenza di pubblico anche per gli headliner del secondo giorno, gli inossidabili Motley Crue. Uso quest’aggettivo non per scrivere la solita stronzata retorica, ma proprio perché gli Americani hanno dimostrato che dal vivo ci sanno ancora fare; anzi, personalmente li ho apprezzati molto più in questo contesto rispetto a quanto li abbia mai stimati dall’ascolto dei loro dischi. Non sono mai stato un estimatore dell’hard rock anni Ottanta (glam, street, chiamatelo come volete), ma sono rimasto sorpreso di quello che questi vecchi rockers sono ancora capaci di fare; ovvio che la musica è stata solo una parte dello spettacolo, che si è basato soprattutto su numeri quasi “circensi”: un nano che presentava le canzoni e che riempiva le numerose pause che il gruppo si prendeva tra un set di canzoni e l’altro, ragazze discinte che si spogliavano durante “Girls, Girls, Girls”, pagliacci e giullari, Vince Neil che ringrazia Dio per le tette grandi delle Italiane, Tommy Lee che si mette a filmare le ragazze delle prime file, ancora lui che usa una batteria di pelo sintetico, Nikki Sixx che a fine show distrugge il basso in quattro colpi (stracciando Malmsteen che, nel pomeriggio, aveva impiegato dieci minuti per spaccare la sua chitarra). Puro spettacolo da rockstar di un ventennio fa, che hanno costruito la loro intera carriera seguendo il celeberrimo adagio “sex, drugs and rock’n’roll”; a vederlo con i tuoi occhi, ammetto, fa sempre un certo effetto. Poi c’è stata anche la musica, e una setlist che non ha fatto mancare quasi nessuno dei loro classici, a partire da “Shout At The Devil”, passando per la già citata “Girls, Girls, Girls”, e poi una dopo l’altra ecco “Red Hot”, “Live Wire”, “Too Fast For Love”, “Looks That Kill”, “Home Sweet Home”, “Wild Side”, fino ad arrivare alla ormai storica cover di “Anarchy In The UK” che chiude il concerto. Il fatto più eclatante è che anche sul piano più strettamente musicale il concerto è stato notevole: hanno suonato bene, compreso Mick Mars, eroico nel suonare in quelle condizioni (per chi non lo sapesse, soffre di una grave forma di reumatismo che gl’inibisce gran parte dei movimenti). Anche Vince Neil ha dimostrato di poter reggere ancora due ore di concerto, seppur prendendosi qualche pausa. Gli anni passano anche per loro, ma i Motley Crue conservano ancora il carisma che li ha contraddistinti in tutta la loro carriera.

In the end…

Due giorni più che godibili, che hanno dimostrato la possibilità di avere, anche in Italia, un festival a livello europeo, per importanza e organizzazione. Certo, le lacune sono ancora molte, però si è notato un miglioramento rispetto alle edizioni passate proprio per quanto riguarda il livello organizzativo: ad esempio, tutti i gruppi sono stati più che puntuali nelle loro esibizioni, i prezzi di acqua e alimenti in linea con quello che si vede in tutti i concerti, servizi igienici non del tutto sufficienti, ma io che sono stato al Gods 2002 in quel di Monza posso dire che sono stati fatti passi da gigante anche in quest’ambito. Tornando a focalizzare la nostra attenzione sulla musica, la pecca maggiore di tutta la kermesse è stata indubbiamente rappresentata dai suoni, pessimi il primo giorno (vuoi perché troppo bassi, vuoi perché sbilanciati e confusi) per quasi tutti i gruppi, migliori il secondo, ma ancora carenti sotto parecchi punti di vista. In futuro si dovrà tenere conto anche di questo. Altro accorgimento che si sarebbe potuto prendere, per evitare il polverone assurdo che si è sollevato da sotto il palco quando hanno suonato gli Slayer (giuro, da morire asfissiati), sarebbe stato quello di innaffiare il terreno, troppo polveroso per resistere al pogo di migliaia di persone. Detto questo, il bill di quest’anno è stato veramente notevole, specie per il primo giorno, sebbene anche quello di domenica si sia difeso egregiamente. Anche il tempo è stato clemente, alternando sole a momenti dove, grazie a nubi passeggere, si è potuto gustare un po’ di fresco. Affluenza molto, molto alta (si parla di circa cinquantamila anime), con la presenza di stranieri, a dimostrazione del fatto che si inizia a parlare del Gods anche all’estero. Sì può fare meglio, ma siamo già a un buon livello.

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