Titolo: Caligola
Autore: Camus Albert
Data di Pubblicazione: 1999
Pagine: 86
Affascinante, il Caligola di Camus. Ma è complicato analizzare una sceneggiatura che negli anni è stata scritta e riscritta, e riproposta più volte, in versioni differenti. Per circa un ventennio e fino alla sua morte, Albert Camus si è (pre)occupato della più celebre fra le sue tragedie curandone maniacalmente le numerose edizioni: il problema allettante cui una recensione può andare incontro è quello di perdersi in una complicata esegesi del testo. Eppure è quantomeno utile tenere conto di una cronologia del Caligola, la cui stratificazione semantica non può essere indifferente ai fatti storici all'interno dei quali è maturata: un'epoca in cui la Francia, occupata e collaborazionista, cerca e trova nella classe intellettuale un valido strumento di lotta e di resistenza. Non è trascurabile allora il rischio cui lo scrittore algerino incorre, riempiendo di umanità un personaggio controverso come quello di un tiranno, dietro cui fin troppo semplicisticamente si intravedeva la figura di Adolf Hitler. Una sorta di autocensura limitò dunque le parti del testo che maggiormente scivolavano nel fraintendimento di una scomoda indulgenza, senza tuttavia permettere che si perdesse l' identità ambigua di Caligola: quella di un uomo costretto ad essere vittima, prima di atteggiarsi a carnefice. La morte dell'amata Drusilla rappresenta da questo punto di vista lo spartiacque tra il Caligola del buongoverno e il Caligola tiranno, tra il legiferatore e l'anarchico, il riformista vicino al popolo e l'assassino del popolo. Ma è paradossalmente il secondo, che Camus ci presenta. Relegando il primo a mera ombra di un ricordo, è invece il fascino del Caligola artista a tentare autore e spettatore. Artista perché esecutore impeccabile di un'ispirazione a carattere divino, artista perché "lui fa ciò che sogna di fare, lui trasforma la sua filosofia in cadaveri". Per il suo intento Caligola dispone di due armi: un potere pressoché assoluto, e una fantasia che germoglia dal seme della follia. Gioca con queste armi sfidandone la pericolosità, ne accetta il rischio. Accoglie sopra di sé il peso insostenibile del decidere, e ne spiana le copntraddizioni, perché di fronte a Caligola ogni suddito è colpevole. Così Caligola si fa incarnazione della Sorte: sconfitto dal caso e dall'assurdo, Caligola diviene egli stesso il Caso e l'Assurdo, incontentabile e incompreso manipolatore della Storia. Recitando, parlando per enigmi ed elevando la poesia a ragione di stato, Caligola costringe il popolo a pensare, costringe il suddito a riflettere sulla propria condizione di precarietà. Ciò non può che risultare pericoloso per l' uomo che fugge la filosofia e la conoscenza, alla ricerca di un'utopica sicurezza. Ecco perché Caligola è scomodo, "ecco perché Caligola deve morire". Caligola è in primis un tiranno intellettuale, e solo in un secondo momento un despota liberticida. La veste di assassino che si ritaglia, ha la sola funzione di fornire un'identità precisa ad un Fato che comunque si rivelerebbe altrettanto spietato agendo come già agisce. Ma Caligola elimina ogni tramite tra un disegno inconoscibile e la sua esecuzione materiale, in un atto supremo di coscienza, sa perfettamente di essere diventato un capro espiatorio. È dunque un dio mancato, oppure una sorta di superuomo nietzchiano, nobilitato dal dolore? Ma può bastare questo? Può bastare la sofferenza a giustificare? Eppure nemmeno Caligola ottiene l' irraggiungibile luna che tanto desiderava. E allora ancora una volta l' enigma non si svela, e una pace solo apparente sembra tornare su Roma, con la fine del tiranno.
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