"Il Re delle Bambole d’Autunno" - Brendon n°43
Pag. 98, Costo: 2,50€
Soggetto e sceneggiatura: Claudio Chiaverotti
Disegno: Giuseppe Franzella
Copertina: Corrado Roi
Lettering: Cristina Bozzi
Claudio Chiaverotti nasce a Torino, il 20 giugno 1965, dove vive e lavora tutt'ora. Studia come odontotecnico, successivamente si iscrive alla facoltà di Giurisprudenza, infine decide di dedicarsi a tempo pieno al mestiere di sceneggiatore di fumetti.
Esordisce nel mondo fumettistico nel 1986, collaborando con Bonvi ai testi delle strisce delle Sturmtruppen. L'anno seguente approda alla Sergio Bonelli Editore che nel 1989 pubblica le sue prime due storie per Dylan Dog, diventando in seguito l'alter ego di Tiziano Sclavi, nella realizzazione delle storie del popolare indagatore dell' incubo. Successivamente realizza anche storie per Martin Mystère e Zona X. È il creatore di Brendon, fantasy post-apocalittico bimestrale della Bonelli.
Povertà, disperazione, follia, solitudine e tenerezza. Questo inconsueto cocktail rende la storia di Brendon realmente accattivante, la cui sfocata struggenza mostra aspetto della realtà solitamente trascurati. Il nostro cavaliere di ventura affronta i mostri più forti, quasi imbattibili, perché albergando nel cuore e nella mente umana trovano un sicuro ed inespugnabile rifugio. Il lettore catturato da una commozione colpevole condivide con i carnefici il loro infelice destino, vivendo un esperienza che fa assurgere l’anima verso le più alte vette della disperazione e proprio in cima si perde l’appiglio per sprofondare rovinosamente negli abissi della follia.
Una storia molto attuale, quasi una caricatura romantica del presente con dita con elementi alieni. L’alienazione dalla situazione attuale è forse da interpretare come un regalo del buon Chiaverotti, per evitare che anche noi si finisca nella disperazione autocommemorativa?
Un ulteriore colpo da maestro è l’autocitazione dylandoghiana facilmente riconoscibile a pag 40… vecchia volpe.
La verve della sceneggiatura è celebrata dai vividi pennelli di un Franzella assolutamente in forma. La misteriosa alchimia del tratto oscuro e dinamico aiuta il lettore nella piena visualizzazione del difficile immaginario Chiaverottesco. La coerenza di Franzella è ingegnosamente celebrata nella “claustrofobica” attenzione per i primi piani (che travolgono il lettore come un fiume di emozioni) e per gli spazi ristretti. La rappresentazione degli spazi aperti rende ragione del talento dell’artista: una vasta distesa, il grandangolo del porto e l’immensità dell’orizzonte danno l’idea di una stanza di modeste dimensioni. La rappresentazione trattile dell’angoscia vissuta dai protagonisti e l’incalzare degli eventi hanno l’effetto di contrazione spaziale (moltissimi primi piani, molte rappresentazioni di ambienti ad alto tasso di claustrofobismo, grandi spazi ridotti a caricature di se stessi). Non una rappresentazione a tutta tavola, al massimo due 4/6: uno a pag. 50 ripreso dall’alto come ad impedire che la fantasia del lettore possa spaziare, portando l’attenzione verso la dimensione angosciante della vicenda. L’altro a pag. 96 in conclusione che fotografa il massimo pathos della trasmissione claustrofobia, commovente e angosciante, la geniale rappresentazione di un immagine con potenzialità ad ampio respiro che per le sue caratteristiche quasi preme sul lettore respingendolo. L’immagine che ricaccia il pubblico per proteggere la propria intimità, in un estremo e disperato gesto di rispetto per il dolore e per la morte.
“… siamo quasi arrivate nella terra delle nuove speranze…”, “…le fanciulle francesi sole e senza soldi prima o poi finiscono a fare … les putaines.”, queste e molte altre cose su cui meditare… fate vobis.
Che il Kaos sia con voi.
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