Doomwards Let Us Row Tour

Doomwards Let Us Row Tour

Una lunga traversata per presenziare ad uno dei concerti Doom dell’anno, sicuramente. Senza toccare – purtroppo - l’italico suolo, il carrozzone formato da Ahab, Esoteric ed Ophis s’è impegnato a portare un po’ di sano Doom in Europa, e noi non potevamo decisamente mancare all’appello. La data più vicina era in Slovenia, al Klub Gromka di Lubiana, quindi la nostra meta. Adocchiato l’albergo e constatati, da esso, i cinque minuti a piedi per il locale, non c’erano più scuse.

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Partenza domenica mattina in modo d’essere in quel di Lubiana per pranzo: viaggio tranquillo in una giornata che tesse nubi appropriate all’evento. Arrivati, depositati i bagagli in albergo e pranzato, andiamo a dare una prima occhiata al locale, constatando (ancora superficialmente) la sua presenza alquanto pittoresca, ed ancora più pittoresco il rapper fuori dal locale intento a registrare un video per un suo pezzo (si presume): tocchi di classe in una giornata di classe. Tra un riposo forzato e qualche birra, s’arriva all’ora d’inizio. Alle 20.00 non c’è molta gente ed il Gromka risulta ancora chiuso, quindi c’è tempo di visionare bene cosa il posto ha da offrire esternamente, tra file di scarpe appese ai fili della luce, strambe sculture d’ominidi inquietanti, ferri vecchi e lamiere a non finire (che presumo fossero abbellimenti), muri disegnati mezzi franati (sembra per intenzionale mano d’uomo), e quant’altro la vostra mente possa figurare in un contesto di – apparente – abbandono e disagio: dev’esserci del fascino in tutto questo, sicuramente c’è, ma io non penso di averlo trovato. Alle 20.30 passate si varca la porta, dieci euro di biglietto è tuttavia molto onesto: in fondo è un bel locale. Si entra, razzia al banco della merce, e senza quasi accorgermene comincia a suonare un gruppo Post Metal (di cui avevo scoperto poco prima la presenza alla serata) che inizialmente mi pare strumentale, scoprendo dopo esserci un cantante che gira a piedi scalzi appena davanti al pubblico (quindi non sul palco) lanciando versi ed urlacci che si sentono fin troppo distanti (seppur voluti). The Canyon Observer, ecco il nome del gruppo (scoperto sul cd), fautori d’una buona prova, ammirevole l’utilizzo di effetti per creare ambiente senza aver tastiere o sinth ma limitandosi a 2 chitarre, basso e batteria (ed una voce tipicamente hardcore che però quasi non si sentiva, sia per scelta visti gli effetti pesanti sulla stessa, sia perché a volume troppo basso). Lo stile, in soli due pezzi, m’è sembrato sempre quello: ritmiche spesse, pachidermiche, alternate a parti eteree e rilassanti. Anche se con la prima canzone non sono riusciti a dire molto, la seconda ha fatto in modo di rubare una bella dose d’applausi. Carini, ma piuttosto prevedibili.

Scaldati i motori è tempo degli Ophis, band austriaca dedita ad un Death/Doom molto vecchia scuola ed autrice di due dischi che hanno destato l’interesse della Solitude Records, storica etichetta russa del Doom. I suoni sono abbastanza buoni, molto semplici, decisamente freddi e zanzarosi, idonei al loro stile marcio. Una buona prova complessiva, qualche chitarra troppo bassa e qualche piccola sbavatura ma niente di che, ottima la voce di Kruppa, nera come la pece. Meno buona, a mio avviso, la scaletta; con 40 minuti di tempo, in un genere come questo, non si può proporre molte canzoni, quindi pesa molto la tracklist. Ottima Beneath Sardonic Skyes dal (immenso) debut album, buona anche la conclusiva Funeral dal primo Ep, più noiose quelle estrapolate dall’ultimo – onesto e niente più – studio album. Peccato, con una Dead Inside od una Pazuzu lo show avrebbe potuto essere più trascinante. Alla prossima.

Di tutt’altro tipo lo show dei leggendari Esoteric. Si nota subito, quando Chandler (e gruppo) salgono sul palco, come la performance sarà di tutt’altro tipo seppur il genere sia affine: ben tre chitarre, tastiera, basso e batteria, e i cordofoni supportati da un marasma di pedali a generare il rumore che stordirà i presenti. Prima di evocare la bestia però, qualche terreno problema tecnico (con la cassa della batteria) ferma i nostri e noi presenti nell’attesa spasmodica. Si va verso una lenta soluzione ed infine si può partire. Un turbinio di emozioni invade come uno sciame noi – povero – pubblico che attendiamo la nostra fine celebrale, e così è. La voce lontana di Chandler, carica di riverbero ed echi, proviene direttamente da un’altra dimensione e le tre chitarre tessono trame su trame, ognuna che segue la propria strada, ognuna impegnata a dare un ulteriore sfumatura al vorticante e complesso suono degli Esoteric. Molto bravi anche basso e batteria, ottime colonne portanti d’un sound che, seppur Doom, non è per niente facile da tenere ben saldo in sede live. Abbastanza inutile invece, a mio avviso, la tastiera, che onestamente ho sentito anche ben poco: forse sinth aggiuntivi, forse rumori di qualche tipo, ma il tastierista pareva lì più che altro a “far scena”. Abbastanza inutile in quanto poi non emergeva MAI con parti soliste od in qualche modo intreccianti il lavoro del resto della band, quindi nulla di necessario ai fini dello show. Necessarie invece le immagini proiettate sullo schermo dietro, utilissime a dare l’incipit visivo per perdersi definitivamente nel miasma psicotico che solo una band come la loro può, effettivamente, generare (non a caso, in diverse occasioni si vede Chandler e soci giocare con le manopole dei pedali per evocare ulteriori rumori destabilizzanti la psiche). Chandler poi, con i suoi movimenti quasi meccanici, è artista e teatro per la sua creatura: magnetico e carismatico senza parer d’esserlo.
Divertente invece constatare come molte persone, ansiose dello show dei britannici, siano state decimate dalla performance devastante (proprio da sostenere) di Chandler e soci: alla fine eravamo la metà degli iniziali.
Uno show veramente pachidermico per gli Esoteric, dove le singole canzoni (tratte interamente dagli ultimi due dischi) perdono l’individualismo in favore d’un'unica e continua dose di follia ed annichilimento psicologico: è quello che ci aspettavamo, è quello che ci piace.
Ultimo e tutto sommato superfluo appunto: a colpo d’occhio, e s’intende proprio la presentazione scenica, i nostri potevano presentarsi leggermente meglio, vestendosi un po’ più affini l’un con l’altro e non proprio come capita. Oltretutto, e questo lo trovo un po’ più grave, vedere uno dei chitarristi spegnere l’amplificatore e smontare la sua attrezzatura quando il resto del gruppo sta ancora generando gli ultimi vagiti distruttivi in un turbinio di pedali impazziti, lascia un po’ perplessi. Ma nulla di tutto ciò intacca minimamente uno show tra i più distruttivi e difficili che abbia mai visto, sicuramente il più malato della serata: ma non c’erano dubbi.

L’ultimo cambio di palco ed è finalmente ora dei Signori del Mare, il gruppo Doom che probabilmente si è fatto più largo, negli ultimi anni, in queste lande del Metal (lo testimonia, del resto, un tour dove una leggenda come gli Esoteric vengono chiamati ad aprire). Daniel Droste, dall’imponente stazza e dalla lunga chioma bionda, sembra sicuro di sé, e quando un soave suono (ripetuto ad ogni cambio canzone) di onde infrante sugli scogli e gabbiani strillanti ci proietta direttamente nel loro mondo marittimo, ci sentiamo definitivamente tutti a casa. The Divinity of Oceans irrompe e ci accorgiamo subito che i suoni sono buoni, leggermente basse le chitarre magari, ma tutto scorre bene. Droste sfodera una grande prova vocale, i growl sono profondi e stretti, impenetrabili, mentre la voce pulita, drammatica e poetica, trasporta veramente oltre ogni mare. Autore di un’eccellente performance anche il batterista Cornelius Althammer (anche lui trovatosi a far i conti con una cassa che in ultima perdeva diversi colpi), molto bravo ad interpretare i brani, pesante e leggero all’occorrenza, vario e per nulla monocorde.
Si conteranno tre brani dal nuovo album nel corso dello show: Fourther South, Deliverance (Shouting At the Dead) ed Antartica the Polymorphess: i primi due estasianti, molto fruibili visto il genere, mentre l’ultimo decisamente più complesso ma non per questo meno attraente: grandi “visioni artiche” per il sottoscritto in suddetta canzone. Old Thunder riporta indietro nel tempo con la sua melodia iniziale che da sola vale il viaggio, e si conclude con The Hunt, altro vecchio brano che ha fatto la felicità di molti, indubbiamente il momento dove la gente si è più scatenata.
Sicuramente gli Headliner son quelli riusciti a riempire di più il locale ed a “fomentare” maggiormente l’eco del pubblico (nel limite del genere, sia chiaro). Tra personaggi imbarazzanti, gente che a malapena stava in piedi ed un contesto generale piuttosto spartano, la serata è andata piuttosto bene per un concerto che decisamente non era per tutti ma, per quei pochi, risulterà un evento piuttosto di “culto”.
Il pittoresco Gromka, alla fine, ha dato prova di riuscire a mettere in scena un buon posto per questa serata. Prezzi onestissimi, anche nelle consumazioni interne, look spoglio, un palco magari poco profondo quando si ha a che fare con band con cospicua attrezzatura live al seguito e sicuramente un approccio che guarda più al lato dell’efficacia piuttosto che del “bello”: ma come dicevamo, non è un problema di certo fin tanto che il risultato finale lo si ottiene. Quello che non va bene, semmai, è che la gente fumi liberamente all’interno del locale, generando così una nebbia ed un puzzo che, per molti presenti, diventa piuttosto irritante/insopportabile, con la conseguenza di evacuare veloci al di fuori del locale ad ogni cambio palco; fortuna che la temperatura (ed il tempo) hanno aiutato ogni espatrio all’aperto. Ma, alla fine, non stupisce neanche questa libertà al Gromka Klub.

Si torna in albergo contenti, canticchiando gli Ahab, rimembrando la psicosi Esoterica. Una serata che non ha deluso (soprattutto chi, come noi, s’è sobbarcato un viaggio non indifferente), non priva di difetti ma anche molto “vissuta” e goduta appieno. Il centinaio scarso di persone è stata comunque una buona affluenza considerando i gruppi coinvolti e sicuramente, questo show, se lo ricorderanno in tanti.

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